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Regime amministrato o dichiarativo: differenze, minusvalenze e il problema degli ETF

Nel regime amministrato le imposte le paga la banca, nel dichiarativo le calcoli tu. Cosa cambia per minusvalenze, ETF, bollo e quadro RW, e come si confrontano i due regimi, più il gestito.

aggiornato il 8 min di lettura di Filippo Angeloni

In breve. Nel regime amministrato la banca o il broker italiano fa da sostituto d'imposta: trattiene le imposte su ogni plusvalenza e ogni dividendo, e tu non dichiari nulla. Nel regime dichiarativo i redditi finanziari li calcoli e li dichiari tu, e paghi con il modello F24. Le aliquote sono le stesse, il 26% e il 12,5% sui titoli di Stato. Cambiano chi fa i conti, i tempi di pagamento, come si usano le minusvalenze e gli obblighi del quadro RW. In entrambi i regimi resta il problema degli ETF, i cui guadagni non assorbono le minusvalenze.

C'è anche un terzo regime, il gestito, che riguarda le gestioni patrimoniali. Le regole sono nel D.Lgs. 461/1997: art. 6 per l'amministrato, art. 7 per il gestito.

Qual è la differenza tra regime amministrato e dichiarativo?

La differenza è chi calcola e versa le imposte. Il regime dichiarativo è quello di partenza, previsto dalla legge. L'amministrato è un'opzione, che le banche italiane propongono di regola all'apertura del dossier titoli.

Regime amministrato Regime dichiarativo
Chi calcola le imposte L'intermediario italiano Tu, o chi prepara la dichiarazione
Quando paghi Subito, a ogni operazione Con il saldo delle imposte, l'anno dopo
Dichiarazione dei redditi Non serve per quel conto Quadri RT, RM e, se all'estero, RW
Imposta sul patrimonio Bollo 2 per mille, trattenuto dalla banca Bollo se il conto è italiano, IVAFE 2 per mille se è estero
Minusvalenze Usate in automatico, solo dentro quel conto Usate in dichiarazione, contro tutte le plusvalenze dell'anno
Rischio di errore Basso, lo porta l'intermediario Tuo
Dove si trova Banche e broker italiani, alcuni broker esteri con rappresentante fiscale Broker esteri, come Interactive Brokers e Degiro

Un dettaglio che si dimentica: anche nel regime dichiarativo una parte dei redditi può arrivare già tassata alla fonte, come succede spesso con i dividendi di società italiane. Il regime dichiarativo riguarda soprattutto le plusvalenze e i redditi pagati da soggetti esteri senza ritenuta italiana: controlla sull'estratto conto cosa è stato trattenuto e cosa no.

Come funziona il regime amministrato?

Nel regime amministrato l'intermediario applica l'imposta sostitutiva su ogni plusvalenza al momento della vendita, tenendo conto delle minusvalenze che hai già sullo stesso conto. Lo prevede l'art. 6 del D.Lgs. 461/1997.

In pratica:

  • vendi un'azione con un guadagno di 1.000 euro: la banca trattiene 260 euro;
  • vendi poi un'altra azione con una perdita di 400 euro: la banca non ti restituisce l'imposta già pagata, ma registra la perdita nello «zainetto fiscale» del conto e la scala dalle plusvalenze che realizzerai dopo;
  • le minusvalenze non usate restano disponibili fino al quarto anno successivo a quello in cui sono nate.

L'opzione si può revocare entro la fine dell'anno solare, con effetto dall'anno dopo. Per le attività in regime amministrato presso un intermediario italiano non si compila il quadro RW, come chiariscono le istruzioni del modello Redditi PF 2026.

Lo stesso schema si sta estendendo alle cripto: alcuni operatori italiani offrono l'opzione per il regime amministrato anche sulle cripto-attività, come racconto in tasse sulle criptovalute.

Come funziona il regime dichiarativo?

Nel regime dichiarativo sommi tu, anno per anno, tutte le plusvalenze e le minusvalenze, e paghi il 26% sul saldo positivo con la dichiarazione dei redditi. È il regime naturale di chi usa un broker estero, che non fa da sostituto d'imposta per i clienti italiani.

I redditi vanno in quadri diversi a seconda della natura:

  • plusvalenze e minusvalenze su azioni, obbligazioni, ETC, certificati, derivati: quadro RT;
  • dividendi esteri, cedole estere, guadagni sugli ETF armonizzati: quadro RM;
  • proventi di fondi non armonizzati: quadro RL, con l'IRPEF;
  • il conto estero, ai fini del monitoraggio e dell'IVAFE: quadro RW.

Come si fa in concreto con i due broker più usati, quadro per quadro, lo spiego in come dichiarare Interactive Brokers e Degiro. Gli obblighi del monitoraggio, le soglie e le sanzioni sono nella guida al quadro RW.

Il vantaggio del dichiarativo è che tutte le plusvalenze dell'anno si sommano con tutte le minusvalenze dell'anno, anche se nascono su conti diversi. Lo svantaggio è il lavoro, e il fatto che un errore lo paghi tu.

Come si compensano le minusvalenze?

Le minusvalenze si compensano solo con redditi diversi, entro i quattro anni successivi a quello in cui sono nate (art. 68, comma 5, TUIR). Non si compensano con i redditi di capitale. Questa distinzione è il cuore del problema.

Reddito Categoria Assorbe le minusvalenze?
Plusvalenza su azioni Reddito diverso Sì
Plusvalenza su obbligazioni e titoli di Stato Reddito diverso Sì, per i titoli di Stato in misura ridotta
Plusvalenza su ETC, ETN Reddito diverso Sì
Plusvalenze e premi su certificati Reddito diverso Sì
Guadagno su derivati, opzioni, futures Reddito diverso Sì
Dividendi di azioni Reddito di capitale No
Cedole di obbligazioni Reddito di capitale No
Guadagno alla vendita di un ETF armonizzato Reddito di capitale No
Perdita alla vendita di un ETF Reddito diverso È essa stessa una minusvalenza

Per i titoli di Stato italiani e degli Stati della white list le plusvalenze si contano per il 48,08%, per tenere conto dell'aliquota del 12,5%: quindi assorbono meno minusvalenze di una plusvalenza su azioni di pari importo.

Le cripto-attività hanno una categoria a parte: le loro minusvalenze si compensano con le plusvalenze da cripto, non con quelle sui titoli.

Perché gli ETF non recuperano le minusvalenze?

Perché il guadagno su un ETF armonizzato è un reddito di capitale, mentre la perdita è un reddito diverso. Lo stesso strumento finisce in due categorie a seconda di come va. È l'asimmetria che rende gli ETF poco adatti a «svuotare lo zainetto».

Un esempio. Hai 5.000 euro di minusvalenze da una vendita di azioni nel 2024. Nel 2026 vendi un ETF azionario mondiale con 5.000 euro di guadagno. Paghi 1.300 euro di imposta sull'ETF, e le minusvalenze restano lì, con la scadenza che si avvicina. Se invece il guadagno di 5.000 euro fosse venuto da azioni singole o da un ETC, la compensazione sarebbe stata totale.

Chi ha minusvalenze in scadenza di solito valuta strumenti che producono redditi diversi: azioni, obbligazioni comprate sotto la pari, ETC, alcuni certificati. Ognuno ha i suoi rischi, e scegliere uno strumento solo per il fisco porta spesso a perdere più di quanto si risparmia. Ne parlo in minusvalenze finanziarie: come recuperarle e, per i certificati, in l'efficienza fiscale dei certificates.

La legge delega per la riforma fiscale (legge 111/2023, art. 5) prevede di superare la distinzione tra redditi di capitale e redditi diversi di natura finanziaria, con un'unica categoria e la compensazione tra guadagni e perdite. A ottobre 2026 quella parte non è stata attuata: le regole sono ancora quelle descritte qui.

Le minusvalenze passano da un regime all'altro?

Sì, ma in una sola direzione: dall'amministrato verso il dichiarativo o verso un altro amministrato. Non dalla dichiarazione verso un conto amministrato.

Quando chiudi un rapporto in regime amministrato, o revochi l'opzione, l'intermediario ti rilascia una certificazione delle minusvalenze non utilizzate. Con quella puoi:

  • trasferirle su un altro conto in regime amministrato, presso un altro intermediario, purché gli intestatari siano gli stessi;
  • usarle in dichiarazione, indicandole nel quadro RT tra le eccedenze di minusvalenze certificate dagli intermediari, contro le plusvalenze del regime dichiarativo.

Resta il limite dei quattro anni, che decorre dall'anno in cui la minusvalenza è nata, non da quello della certificazione.

Le minusvalenze del regime dichiarativo, invece, restano lì: si usano solo contro plusvalenze dichiarate. Chi ha due conti, uno italiano amministrato e uno estero, si trova spesso con perdite su un conto e guadagni sull'altro che non si parlano. In quel caso la certificazione è l'unico ponte.

Come funziona il regime gestito?

Nel regime gestito, previsto dall'art. 7 del D.Lgs. 461/1997, il gestore tassa al 26% il risultato maturato della gestione patrimoniale alla fine di ogni anno, anche se non hai venduto nulla. È l'unico regime in cui redditi di capitale e redditi diversi si compensano tra loro: dividendi, cedole, guadagni sugli ETF e perdite entrano nello stesso risultato.

Se il risultato dell'anno è negativo, la perdita si riporta in avanti per quattro anni. Alla chiusura della gestione, le perdite non usate vengono certificate e si possono usare in un conto amministrato o in dichiarazione.

Il rovescio è che si pagano le imposte su guadagni non ancora incassati, e che le gestioni patrimoniali hanno costi di gestione che di solito pesano più del vantaggio fiscale. Il tema dei costi è in gestioni patrimoniali: cosa sono e quanto costano.

Quando si sceglie l'uno o l'altro?

Dipende da come investi, non da quale regime sia migliore in assoluto. Alcuni criteri descrittivi:

  • Il regime amministrato è comodo per chi non vuole occuparsi della dichiarazione, ha pochi conti e accetta che le minusvalenze restino chiuse dentro quel rapporto. Paghi subito, ma non rischi errori e non hai il quadro RW.
  • Il regime dichiarativo è inevitabile con un broker estero. Permette di sommare plusvalenze e minusvalenze di conti diversi e di pagare l'anno dopo, ma richiede di tenere la contabilità di ogni operazione, con il cambio, il costo e la natura di ogni reddito.
  • Il regime gestito ha senso solo dentro una gestione patrimoniale, ed è una conseguenza di quella scelta, non un motivo per farla.

Due situazioni ricorrenti in cui il regime pesa davvero: chi ha molte minusvalenze in scadenza e strumenti diversi su conti diversi, e chi tiene grosse somme in valuta su un broker estero. Nel secondo caso entrano in gioco anche le regole sul cambio, spiegate in come dichiarare Interactive Brokers e Degiro.

Il regime fiscale, però, è solo un pezzo della scelta dell'intermediario. Costi, strumenti disponibili e tutele contano almeno quanto le imposte, e la panoramica sulla tassazione dei singoli strumenti è in la tassazione delle attività finanziarie.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra regime amministrato e dichiarativo?

Nel regime amministrato l'intermediario italiano fa da sostituto d'imposta: calcola e versa le imposte su ogni operazione, e tu non dichiari nulla. Nel regime dichiarativo i redditi li indichi tu nella dichiarazione e paghi con il modello F24. Il dichiarativo è quello di partenza; l'amministrato è un'opzione, che le banche italiane propongono di solito all'apertura del conto.

Le minusvalenze del regime amministrato si possono usare in dichiarazione?

Sì. Se chiudi il rapporto, la banca certifica le minusvalenze non usate. Puoi trasferirle su un altro conto in regime amministrato con gli stessi intestatari, oppure indicarle nel quadro RT, entro il quarto anno successivo a quello in cui sono nate. Il percorso inverso, dalla dichiarazione al conto amministrato, non è previsto.

Perché con gli ETF non recupero le minusvalenze?

Perché il guadagno su un ETF armonizzato è un reddito di capitale, mentre le minusvalenze sono redditi diversi, e la legge non permette di compensare le due categorie. Le perdite su un ETF, al contrario, sono redditi diversi e si possono usare contro plusvalenze su azioni, obbligazioni, ETC o certificati.

Nel regime amministrato devo compilare il quadro RW?

No, per le attività affidate a un intermediario italiano in regime amministrato, se i redditi sono stati tassati da lui. Al posto dell'IVAFE la banca trattiene l'imposta di bollo del 2 per mille sul dossier titoli.

Si può passare dal regime amministrato a quello dichiarativo?

Sì. L'opzione per il regime amministrato si può revocare entro la fine dell'anno solare, con effetto dall'anno successivo. Prima di farlo conviene chiedere alla banca la certificazione delle minusvalenze non ancora usate.

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