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Il guaio principale del denaro è che ti fa fare cose che non vorresti fare

4 min di lettura di Giorgio Cervi

Questo articolo ha 6 anni. Su questo argomento numeri e regole cambiano: verifica i dati prima di prendere una decisione, oppure scrivimi per un aggiornamento.

È forse questa una delle frasi più emblematiche del film “Wall Street”, rappresentazione amplificata di alcuni meccanismi che guidano la scelta di investire (o non investire) e di quanto rischio assumersi per massimizzare il rendimento.

Uno dei princìpi cardine della finanza è la diretta correlazione tra rischio e rendimento (per aver rendimenti più elevati bisogna accettare di assumersi rischi maggiori). I titoli di stato sono – ma forse sarebbe più esatto usare il passato – investimenti a minimo rischio, ma con rendimenti di fatto prossimi allo zero, soprattutto se consideriamo l’inflazione.

Al contrario, ci sono investimenti che possono portare profitti stratosferici (pensiamo al mercato delle valute o alle commodities), ma anche il forte rischio di perdere buona parte del capitale investito. Meccanismo amplificato, nel bene e nel male, dall’utilizzo della leva finanziaria. Ricordiamoci sempre che – in termini puramente matematici – per recuperare una flessione del mercato del 20% non è sufficiente una analoga crescita del listino (infatti: 100 euro – 20% = 80 euro, ma 80 euro + 20% = 96 euro). Si chiama compounding e non va affatto sottovalutato. Va inoltre tenuto conto della possibilità di finire vittima di truffe di vario tipo: dalle catene di Sant’Antonio al classico schema Ponzi, passando per investimenti in diamanti di dubbia purezza e criptovalute.

Molti di noi investono, ma in pochi ci chiediamo cosa spinge una persona a comprare uno strumento finanziario piuttosto che un altro, a mantenerlo quando la situazione si fa difficile oppure a liberarsene alla prima avversità. La risposta è facile: dipende dal animus di ognuno.

Le nostre scelte, non solo in ambito finanziario, sono il risultato di specifici processi cognitivi (per chi volesse approfondire: Kahneman ha vinto il Nobel studiando questo tema), che inconsapevolmente le condizionano. In particolare, derivano da processi mentali che ci portano a semplificare o cercare di inquadrare in schemi a noi noti i fatti che ci coinvolgono. Dalla scelta della meta per le vacanze all’investimento sul MOT, agiamo facendo tesoro del passato ed ipotizzando che anche gli eventi futuri seguano le medesime logiche. Una semplificazione perigliosa in finanza, dove i rendimenti passati non sono affatto una garanzia per il futuro (avvertenza sempre presente nelle offerte di prodotti finanziari).

Il vero driverche orienta i nostri comportamenti finanziari siamo proprio noi, con il nostro carattere e modo d’essere. E questo (forse) addirittura a prescindere dalla capienza del portafoglio. Il pavido difficilmente si troverà a proprio agio con investimenti aggressivi, anche se potrebbe tranquillamente permettersi di sopportare le eventuali perdite. Al contrario, un investitore dal carattere forte si sentirebbe limitato dalla monotonia degli investimenti in titoli di stato (anche se negli ultimi tempi i BTP ci hanno dato un pochino di adrenalina). Alla classica distinzione tra portafogli aggressivi, bilanciati e a basso rischio sarebbe forse opportuno sostituire quella tra investimenti per individui ambiziosi, per il tipico “uomo medio” e, in ultimo, le soluzioni monetarie studiate per persone particolarmente caute.

Parafrasando Maslow, gli investimenti e soprattutto i loro risultati sono però forse solo un mezzo per esprimere la nostra personalità e soddisfare taluni nostri bisogni. Esistono molteplici teorie di finanza comportamentale, quasi tutte concentrate sui meccanismi decisionali e l’interpretazione dei fatti “price sensitive”. Altre ancora puntano a diversificare gli investimenti in base alle necessità alle quali essi devono far fronte (e quindi investimenti sicuri per i bisogni primari ed operazioni speculative per le spese voluttuarie). Tutti ottimi filoni teorici, ma trascurano il fatto che un investitore potrebbe comunque sentirsi a disagio pur con un portafoglio tecnicamente perfetto. Pensiamo come si sentirebbe una persona cauta di natura sapendo di aver investito, pur in minima parte, in obbligazioni high yeld.

La questione andrebbe esaminata anche da un’altra prospettiva: le strategie di investimento sono una manifestazione (indiretta) del carattere di ognuno. Come il giocatore d’azzardo si sente appagato più dall’adrenalina che dalla vincita monetaria, il Jordan Belfort della situazione punta principalmente ad affermare la sua capacità rispetto al mercato od ai competitor. Egli accetta il rischio di perdere perché lo percepisce come insignificante rispetto alla possibilità di guadagnare.

Nella nostra società, i profitti e la ricchezza sono un metro di misura della capacità di una persona. L’ambizioso investitore si sentirà quindi in dovere di avere rendimenti sempre più alti e sarà pertanto propenso ad assumersi dei rischi, apparentemente sottovalutandoli. Ma dal suo punto di vista si potrebbe anche interpretare l’aleatorietà del mercato con uno dei tanti ostacoli da affrontare per dimostrare la propria competenza. Prima di investire, come sappiamo, è fondamentale comprendere gli strumenti che si vanno ad acquistare e distribuire il rischio su più fronti. Ma è forse altrettanto importante ricordare che le nostre scelte ed i nostri comportamenti finanziari saranno sempre inscindibilmente legati e determinati dal nostro modo d’essere.

Giorgio Cervi
Commercialista

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